Un tempo, non troppo lontano da oggi, visse un uomo dalla chioma bionda e ribelle, il ventre prominente e lo sguardo acceso da una fiamma ormai spenta. Si proclamava capo del mondo, e a chiunque prestasse orecchio giurava di voler costruire una scala fino alla luna, guarire ogni malattia, spegnere ogni guerra con un solo sospiro. Ma le sue parole, gonfie come otri senza vino, si svuotarono presto.
Fu la sua arroganza, più alta della scala mai costruita, a tradirlo. La sua maleducazione, tagliente come lama d’oste, fece sì che gli uomini e le donne voltassero le spalle. Rimase solo.
Ma non del tutto.

Un giorno, salì in punta di piedi su uno sgabello troppo piccolo per contenerlo e alzò un dito al cielo come fosse il bastone d’un profeta dimenticato. Sotto di lui, i topi. Minuscoli, infiniti, annoiati. Non lo ascoltavano per fede né speranza, ma per diletto. Ridevano del suo ciuffo che sfidava il vento, del suo mutandone che stringeva più dell’onore, delle sue promesse ormai sbriciolate.
Allora accadde qualcosa.
Capì.
Non era mai stato un condottiero, né un salvatore. Ma un buffone, sì! Un giullare vestito da imperatore, e finalmente lo ammise. Lasciò lo sgabello cadere, e con esso il peso della sua menzogna.
Da quel giorno, andò di città in città, come un Don Chisciotte al contrario, senza Ronzinante né Sancho, ma con una folla di topi al seguito, ridendo e narrando le sue disfatte come fossero favole. E i topi, oh, i topi ridevano! Non per scherno, ma per compassione.
Così trovò il suo riscatto: nel ridere di sé, invece che degli altri. In fondo, anche i folli, quando smettono di comandare, possono iniziare a raccontare.

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