“Perché le formiche siamo noi, un mondo visto dall’alto. Pieno. Con tanti uomini che si muovono
operosi, come un formicaio. Perseguiamo miti condivisi, accudendo le nostre uniche regine che
nutrendosi e procreando ininterrottamente, partoriscono milioni di identiche formiche pronte a
servirle, convinte di servire.
Senza fermarci un solo momento, rincorriamo i nostri scopi, ci adattiamo ai nostri ruoli operai,
guerrieri e padri. Ascoltiamo in silenzio il sussurro velato di chi ci precede, di chi troviamo al mondo
e seguiamo il consiglio di essere chi dobbiamo già essere.
Siamo formiche audaci ed intimorite. Tutte uguali, tutte diverse, seguendo la colonna del cibo e poi
di nuovo a casa, mettendo via cose, in attesa del domani.
Ma non siamo formiche. Se l’uomo muore non è certo che lasci un segno, un’impronta, anche solo
d’aiuto per chi rimane. Abbiamo dubbi, nel sonno e nella veglia, che per attimi impercettibili ci
fanno sospettare riguardo la nostra corsa. (ma questo anche le formiche forse, no?).
A volte riusciamo a spezzare la catena, ci distogliamo dal profumo consolante della lunga colonna
di formiche, e percorriamo strade inattese, ignote.
Ma siamo come loro, come formiche.
Puzziamo e pulsiamo, siamo ossa carne e pensiero.
E’ necessario essere più animali, e meno animali. Ascoltare meglio l’urlo che erutta da dentro, per
avvertirci. E ascoltare meglio il pensiero che sgorga da dentro, per guidarci.”
Marco Ferra