Anonimo

Il nome, come il portachiavi degli alberghi, è quel grosso appiglio che ci serve a ricordarci dove siamo e a non perderci.

Oltre all’innegabile utilità di tenere le chiavi della nostra esistenza unite e ricordarci il numero della camera e del ruolo che ci hanno assegnato, il nome ha interessanti caratteristiche che, a tratti, mi meravigliano.

Ci è dato, non è nostro. Non appartiene a noi come una mano o un organo interno. È nostro nella misura in cui noi e gli altri ne abbiamo ricordo. Se una amnesia collettiva colpisse la scatola mentale umana dei nomi, il nostro nome non esisterebbe più.

Solo in alcune culture viene dato per ciò che sei o che ti capita (mi vengono in mente i nativi americani, per esempio). A volte viene dato in virtù di una speranza, di un augurio o di una estetica. Altre per una tradizione. Lo sceglie, insomma, qualcun altro al posto nostro. Addirittura il cognome non sembra essere scelto da nessuno o arrivare da un punto infinito dietro al nostro tempo.

Se lo ripetiamo tante volte, come succede con le parole, diventa estraneo e puro oggetto sonoro. A volte piace, a volte non ci piace. Imbarazzante perché suona vuoto, ma saremmo noi quel nome!

Succede raramente che ci chiamiamo da soli, solo durante la follia o lo scherzo. 

Gli animali non ce l’hanno e se ce l’hanno glielo diamo noi. A loro interessano le carezze, il cibo, la sicurezza che quel nome gli assicura. E a noi, animali umani?

Chissà che un giorno non si cambi questa tradizione del nome assegnato e si proponga di avere un nome provvisorio, all’inizio, fino a che poi ognuno di noi decida di scegliersi il proprio, di nome. Come si fa con le password quando non te le ricordi. Ciascuno dovrebbe essere libero di scegliere il proprio nome. E il proprio portachiavi.