In una sala d’aspetto di un ospedale, sto leggendo questo libro sul fallimento. Tutti, qui, stiamo gestendo un fallimento.
Ma credo anche fuori di qui, nella vita quotidiana, nel lavoro, per strada quando inciampiamo camminando, quando ci cade uno scontrino dalla tasca, quando non vediamo un semaforo rosso, quando sbagli vita, compagno di viaggio, gusto di gelato.
Quando arriva il fallimento ti rendi conto di quello che non hai e, sei stai calmo e attento e non ti fai prendere dal panico, anche di quello che hai.
Guardo con invidia e frustrazione i profili LinkedIn di conoscenti che sembrano arrivati sul monte Olimpo a pasteggiare e divertirsi con tutte le altre divinità.
Io sto qui, conto i fallimenti, le sbucciature, le ignoranze. E mi confronto in un’inutile comparazione tra me e le stelle.
I fremiti di gioia che provo sono detenuti del senso di colpa che vuole avermi inerme e incapace, soprattutto se paragonato a quella folla di passeggeri stipati sull’autobus che li porta direttamente sul monte LinkedIn. Ops. Olimpo.

Mi godo il fallimento in questo bellissimo libro e lascio parlare lui.
Il pensiero muore proprio come un cane seviziato: ridotto alla fame e maltrattato, pelle e ossa, eppure assurdamente fedele al suo seviziatore, fino all’ultimo respiro. Man mano che diventiamo sempre più legati alle macchine, senza volerlo cominciamo a scimmiottarle.
Alla fine, per non essere surclassati, tendiamo a sviluppare un nuovo «io meccanico», che in teoria dovrebbe rispondere ai comandamenti delle macchine: non prendere deviazioni oziose, come sono soliti fare gli esseri umani, vai «dritto al punto»; non perdere tempo in cose inutili (le macchine non fanno mai nulla di superfluo); non usare un linguaggio ambiguo (le macchine comunicano sempre in maniera letterale); e, soprattutto, rinuncia a qualsiasi forma di umorismo (le macchine non ridono, non hanno motivo di far-lo).
Infine, se passiamo abbastanza tempo vicino a esse, finiremo per essere ben collaudati, efficienti e morti dentro, proprio come loro. Automi umani. Se le macchine non fossero degli oggetti privi di ragione come sono in realtà, la nostra eccessiva adulazione potrebbe imbarazzarle; ma visto come sono fatte, non è una questione di loro interesse.
Bradata, Costica. Elogio del fallimento. Il Saggiatore. 2023.
