Osvaldo mi fece la prima telefonata via Skype il 13 maggio 2016. A quei tempi pensavo che il massimo che potesse succedermi fosse una chiamata da un call center indiano, non un contatto dal futuro. E invece eccolo lì: camicia grigia a quadri, sfondo pieno di torri fluttuanti, e un’aria da “scusami, ho sbagliato secolo”.

Osvaldo vive nel 2120, nella Nuova Milano, costruita leggermente a est della Vecchia Milano, che nel frattempo è diventata una riserva naturale per piccioni mutanti e studenti di architettura. Ci sentiamo regolarmente – almeno una volta al mese, tempo permettendo (il suo, il mio, o quello quantistico). E ogni volta mi racconta come le cose siano cambiate: auto che volano male, intelligenze artificiali che sbagliano i congiuntivi e una moda che ha finalmente abolito le scarpe col tacco.





Ora, qui c’è il dettaglio interessante: continuavamo a sentirci via Skype anche dopo la ufficialissima chiusura del servizio, annunciata per il 5 maggio 2025. Secondo Microsoft, Skype doveva finire nel nulla digitale, tra i fax e i modem 56k. Eppure, puntuale come un paradosso temporale mal gestito, il mio computer squillava, con la solita interfaccia blu un po’ stanca.
Osvaldo mi spiegò che nel 2089 un gruppo di storici della comunicazione, frustrati per l’incomprensibilità dei meme del XXI secolo, aveva ricostruito Skype in un ambiente di emulazione quantistica. In pratica, una copia funzionante del 2012 viveva eternamente all’interno di una ciambella informatica sospesa nel tempo. Una roba che, detta così, pare assurda. Ma considerato che Osvaldo parla con me da centodue anni nel futuro usando una webcam Logitech, chi sono io per dubitare?

Quindi sì, Skype funziona ancora. A patto che tu abbia abbastanza ironia, banda larga e una soglia di credulità ben flessibile.
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