Osvaldo dal futuro e le strade che non si rompono più

Osvaldo mi chiama come sempre dal 2120. La sua immagine arriva con un leggero ritardo, come se attraversasse non solo lo spazio ma anche il tempo. Vive nella Nuova Milano, una città costruita sopra i resti della vecchia, e ogni volta che parliamo mi racconta qualcosa che sembra fantascienza ma che, a pensarci bene, è solo buon senso portato alle estreme conseguenze.

L’ultima volta mi ha parlato delle strade.

«Da voi,» mi ha detto, «ogni volta che bisogna aggiungere un cavo, una tubatura, un nuovo impianto, si spacca l’asfalto, si scava, si rattoppa. È uno spreco enorme di energia, tempo e materiali.»
Nel suo futuro questo problema semplicemente non esiste più.

Nel 2120 usano plastica riciclata per costruire delle strutture sotterranee modulabili, una specie di gigantesco Lego che corre sotto le strade. Dentro questi corridoi passano acqua, elettricità, fibra, sensori, aria, tutto quello che serve a far vivere una città. Quando devono aggiungere o riparare qualcosa, non rompono nulla: aprono un pannello, entrano, lavorano e richiudono.

La cosa più interessante è come ci sono arrivati.

Non hanno rifatto tutto in un colpo. Sarebbe stato troppo costoso e troppo rischioso. Hanno iniziato ogni volta che si faceva un lavoro importante: una nuova linea dell’acqua, un rifacimento dei cavi, una grossa manutenzione. Sotto quella strada, invece di rimettere terra e cemento come prima, hanno inserito una struttura in plastica riciclata. All’inizio piccoli tratti, poi pezzi sempre più lunghi. Anno dopo anno, quartiere dopo quartiere, la città sotto la città è cresciuta.

«A un certo punto,» mi ha detto Osvaldo, «ci siamo accorti che sotto metà della Nuova Milano non c’era più terra, ma un’infrastruttura continua. Da lì è stato naturale completarla.»

Il risultato è una città che può evolversi senza distruggere se stessa. Le strade in superficie durano decenni, non vengono più sventrate ogni sei mesi. I cantieri rumorosi e infiniti sono diventati rari. E soprattutto, la plastica che prima soffocava oceani e discariche ora sostiene letteralmente il mondo in cui vivono.

Quando Osvaldo mi racconta queste cose non lo fa con trionfalismo. Lo dice come si parla di una buona soluzione tecnica. Ma io, ogni volta, penso che non è solo ingegneria: è un cambio di mentalità. È smettere di costruire cose usa-e-getta, persino quando si tratta di città.

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